Omaggio ad Andrea Pazienza
Vorrei descrivervi per filo e per segno queste mie giornate romane, ma si tratta più che altro di immagini e suggestioni difficilmente condivisibili.
Due giorni passati dentro un museo si commentano da sé :-). Niente metafore. All’interno del Museo di Riofreddo ha una residenza Annita (Garibaldi Jallet) e lì mi ha ospitata per parlare dei nostri progetti. Location suggestiva negli esterni, ma un po’ inquietante negli interni, devo ammettere da ospite irriconoscente. :-)
Anche sui due giorni successivi non so che dire. Perché le rare volte in cui mi emoziono sul serio coincidono con le rare volte in cui resto senza parole per la rara gioia di chi mi sta attorno.. :-) E poi perché durante le prove e poi lo spettacolo di Stefano ho soprattutto pianto. A tratti riso esageratamente. E negli intervalli ingurgitato dosi massicce di cioccolato. A un passo da delirio? No tranquilli. Quando le cose stanno così è ottimo segno. Se so stare in equilibrio (precario.. da qui il cioccolato nelle pause) tra ironia e tragedia significa che sto proprio bene. Che sono nel calore di una condivisione artistica che non so se comica o tragica, ma poco importa. Che sono anni luce dalla tentazione dell’analfabetismo emotivo. Perché il contrario della tragedia non è la commedia. Ma l'indifferenza.
Ve ne consegno un passaggio, col consiglio di andare a vederlo
Cari Voi che mi avete seguito sin qui. Cosi' finisce l'ultima puntata di Pompeo e, presumo, anche un lungo capitolo della mia vita. Questi s'era aperto "fumettisticamente" nel settantasette con Pentothal e, tra alti e bassi chiude adesso, nove anni dopo. Anni che, come si dice, sono "volati". In questi anni ho scoperto diverse cosucce. Intanto di non essere un genio. Perche' si', lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Pero', c'e' sempre un pero', e' vero, sono un disegnatore eclettico. Un disegnatore ecletto-sfaticato. Poi ho scoperto di non essere attendibile, e di non essere tante altre cose, deficienze a volte gravi delle quali chiedo a qualcuno di perdonarmi. [...] Ora che vivo in campagna come un cretino non sono piu' depresso e quindi saluto volentieri gli amici che mi rimangono qua e la' nelle citta'. Le amiche soprattutto. Di me, volendo, si puo' dire tutto il male che si vuole, pero' tante di quelle cose non sono vere. Capisco viceversa la delusione di qualcuno quando si e' accorto che il fumettaro per cui tifava altri non era che il fesso di cui sopra. Ora, naturalmente, che sono fesso me lo posso dire io da solo, perche' sono sempre in grado di stracciare il novanta per cento dei vostri. Pero' (di pero' ce ne possono essere i pacchi), non ho mai pensato al soldo, mentre disegnavo, casomai subito prima, o subito dopo, mai durante. Voglio dire che alla fine ho sempre fatto quel che ho voluto, senza badare acche' 'ste cose si potessero rivendere di su o di giu'. Ora che vivo in campagna i ragazzi di qui mi chiamano "vecchio paz" e, faccio per dire, ho ventinove anni...




